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lunedì 17 marzo 2025

Ancora sugli intellettuali

Elena Basile – Il tradimento (di oggi) dei chierici

Nel 1927, uno scrittore di nome Julien Benda ha scritto un libro in cui diceva che moltiavevano smesso di cercare la verità e la bellezza, seguendo invece idee politiche sbagliate. Oggi, alcuni intellettuali parlano di un’Europa democratica, ma in realtà l’Europa ha problemi e non è così democratica come dicono. Molti di loro non vedono le ingiustizie che accadono in altri paesi, come la Palestina, e si concentrano solo su ciò che fanno gli altri. È importante che gli intellettuali cerchino la verità e si oppongano alla guerra, invece di seguire solo le idee di chi ha più potere.

Nel 1927 Julien Benda scrisse Il tradimento dei chierici, cioè degli intellettuali, che fu poi ripubblicato e portato a maggiore visibilità nel 1946. Lo scrittore nel saggio stigmatizzava l’intellighenzia del suo tempo che aveva rinunciato alla ricerca della e della bellezza, abbracciando le ideologie nazionaliste oppure comuniste, scegliendo di divenire funzionali a una parte, a una politica partigiana sulla base di presupposti aprioristici.

Leggo le dichiarazioni degli intellettuali del centrosinistra, di coloro i cui libri invadono le librerie Feltrinelli e sono pubblicizzati, a prescindere dal contenuto e dal vero valore letterario o saggistico, in modo esagerato a svantaggio di tanti altri autori. Come non pensare a Julien Benda? Gli intellettuali scendono in campo per una visione intrisa di suprematismo bianco, in base alla quale l’Europa sarebbe democratica e avrebbe una civiltà superiore rispetto a quella di tanti altri Paesi, Cina, Russia, l’intero Sud globale. L’America di Trump viene demonizzata come se essa non fosse un prodotto e per molti versi la continuazione dei quella di Biden.

Pasolini affermava: “Io sono un intellettuale, quindi so”. Anche lui credeva che la funzione primaria dell’intellighenzia fosse andare oltre le apparenze e il linguaggio del potere. Cercare la verità intesa come l’interpretazione più vicina alla realtà. È terrificante osservare come gli uomini di cultura ripetano parole vuote di significato. Scendono in piazza per l’“Europa democratica”. Eppure l’Europa come tutti sanno ha una architettura istituzionale autocratica. Non conosce la separazione dei poteri, la base dello Stato di diritto. Il Parlamento non esercita alcuna funzione legislativa né ha reali poteri di controllo. La Commissione europea ha varato un piano di riarmo di 800 miliardi cambiando le regole vigenti ed eliminando l’austerità soltanto per le spese di difesa. Il Consiglio dei capi di Stato e di governo, il Consiglio dei ministri, che imprime l’indirizzo politico, stipula senza mandato accordi che rispondono alle gerarchie tra gli Stati membri. Abbiamo insomma un club non eletto dai cittadini che ha un deficit democratico riconosciuto e applica politiche neo-liberiste, decide il riarmo, un incremento dell’1,5% della spesa militare per i singoli Stati al di fuori delle regole di equilibrio dei conti, applicate invece severamente per le spese per lo Stato sociale, un club, non uno Stato federale, privo di una reale politica estera comune e quindi di una difesa comune che presuppone l’individuazione degli interessi dei popoli europei.

In questa sede è difficile poter fare una disamina del fallimento odierno dell’Europa rispetto agli ideali che ne hanno animato il progetto prima di Maastricht. In un piccolo saggio, che sarà pubblicato in autunno da Paperfirst, esaminerò come le dinamiche di questa Europa abbiano affossato gli obiettivi di pace e prosperità, democratici e sociali. Come mai allora l’intellighenzia asseconda una tale mistificazione e unisce la propria voce al coro nauseabondo che invoca armi per la continuazione dellacontro la Russia? Siamo per l’aggredito contro l’aggressore, balbettano come scolaretti ottusi. Noi abbiamo violato altri principi del diritto internazionale: non ingerenza negli affari interni di un altro Paese, autodeterminazione dei popoli, indivisibilità della sicurezza. Come mai questi intellettuali sono così strabici e vedono soltanto le violazioni altrui, non le nostre? Nello stesso istante in cui stigmatizzano la Russia per l’invasione di un Paese, trasformato in una pedina atlantica, non levano la voce contro Israele, che continua impunemente a commettere crimini di guerra. I leader della democratica Europa esprimono simpatia e solidarietà a “Bibi”, votando contro il cessate il fuoco nelle risoluzioni dell’Onu, contro la maggior parte degli altri “non democratici” Paesi membri.

Gli intellettuali che difendono l’Europa “democratica” non pronunciano una sola parola per lo Stato libero di Palestina, per le sanzioni allo Stato terrorista Israele. Un popolo inerme, donne e bambini, 70 mila civili massacrati e gli intellettuali tacciono oppure piagnucolano, balbettando slogan di parte relativi al diritto di difendersi di uno Stato che occupa dal 1967 territori non propri e applica forme di apartheid. Chi sono dunque questi scrittori, questi editorialisti così poco capaci di cercare la verità e la bellezza, così proni verso laoccidentale, come è possibile che abbiano perso l’uso della ragione? Pasolini e Moravia scenderebbero in piazza contro la guerra, contro questo grottesco club antidemocratico, neoliberista, classista e bellicista, asservito alle lobby delle armi, per l’Europa, tutta da costruire, federale e sociale che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Fonte: L'Antidiplomatico 

venerdì 17 maggio 2024

Propaganda

Tutto è negoziabile tranne i valori fondamentali.
In una civiltà evoluta, i valori fondamentali sono chiari e non negoziabili.
Forti della nostra storia, riteniamo di appartenere ad una civiltà evoluta tanto da volere insegnare ad altri come vivere.
Tra i valori fondamentali c'è il rispetto della vita altrui e la fiducia nel dialogo da preferire sempre alla violenza.
Ma la propaganda lavora contro la civiltà.
In un dialogo casuale, una persona si lamentava delle scelte politiche regionali, per concludere, con il solito rammarico: "non riusciamo a costruire un'alternativa".
Ho osservato che se dici qualcosa di diverso o fuori dal coro, ti sparano, vedo difficile costruire un'alternativa. 
Mi è stato risposto che a quello gli avrebbe sparato volentieri anche il mio interlocutore, perché colpevole di essere filorusso.
Non sapevo che essere filorusso fosse una reato da pena di morte.
Pensavo fosse una posizione politica e come tale, negoziabile.
Il rispetto della vita dell'interlocutore, o dell'avversario e persino del nemico politico, è un valore fondamentale della nostra civiltà.
L'abolizione della pena di morte è un fiore all'occhiello della nostra civiltà.
Il superamento della giustizia "fai da te" con l'istituzione della magistratura, è un traguardo importante della nostra civiltà.
Guardiamo invece cosa è riuscita a fare la propaganda, rileggiamo i giornali o i telegiornali di questi giorni e vergogniamoci di come abbiamo lasciato incustodita e indifesa la nostra civiltà.
Il mio interlocutore è una brava persona, di buoni principi e mite, ma preda della propaganda come tanti.
Un uomo è stato ferito quasi a morte e a pochi interessa il valore più grande: l'umanità intesa come qualità imprescindibile degli esseri umani... restiamo umani!

mercoledì 7 febbraio 2024

La Scienzahhha

 

Vero o falso?  di 

Lo scienziato teorico non è da invidiare. Perché la natura, o più esattamente l’esperimento, è un giudice inesorabile e poco benevolo del suo lavoro. Non dice mai “Sì” a una teoria: nei casi più favorevoli risponde: “Forse”; nella stragrande maggioranza dei casi, dice semplicemente: “No”. Quando un esperimento concorda con una teoria, per la Natura significa “Forse”; se non concorda, significa “No”. Probabilmente ogni teoria un giorno o l’altro subirà il suo “No”.

Albert Einstein             

Qualche anno dopo la pubblicazione della teoria della relatività generale, durante una  conferenza viennese del 1919, Einstein sosteneva che «se non esistesse lo spostamento delle righe spettrali verso il rosso a opera del campo gravitazionale, allora la teoria della relatività generale risulterebbe insostenibile». In buona sostanza, il fisico tedesco proponeva di eseguire un esperimento che avrebbe potuto confutare la sua stessa teoria. Popper, che era tra il pubblico, così ricorda quel momento: «Sentivo che era questo il vero atteggiamento scientifico. Era completamente differente dall’atteggiamento dogmatico, che continuamente affermava di trovare “verificazioni” delle sue teorie preferite. Giunsi così, sul finire del 1919, alla conclusione che l’atteggiamento scientifico era l’atteggiamento critico, che non andava in cerca di verificazioni, bensì di controlli cruciali; controlli che avrebbero potuto confutare la teoria messa alla prova, pur non potendola mai confermare definitivamente ». Fu così che il filosofo della scienza austriaco elaborò il criterio che stabilisce a quale condizione una teoria può essere considerata scientifica. Se una teoria può essere messa alla prova, se è possibile eseguire un controllo che potrebbe confutarla, allora è scientifica, altrimenti non lo è. Se la teoria non supera il controllo, è semplicemente falsa. Se invece lo supera, non è semplicemente vera: la si può considerare vera fino a prova contraria, cioè fino a quando viene sottoposta a un controllo che non riesce a superare. Per questo la scienza propriamente detta non ha un «atteggiamento dogmatico». Anzi, è continuamente alla ricerca di «controlli cruciali», di «falsificatori potenziali». Cerca continuamente di smentire sé stessa. Chi dice di credere nella scienza, intendendo con ciò affermare che le affermazioni apodittiche di certi sedicenti scienziati non sono in discussione, non sa di che cosa sta parlando.

Mi sono concesso questo preambolo solo perché mette a nudo un’asimmetria la cui importanza può essere difficilmente sopravvalutata, anche fuori dall’ambito strettamente scientifico: è possibile stabilire ciò che è falso, ma non ciò che è vero. E sarebbe terribilmente ingenuo pensare che, una volta tolto il falso, ci rimanga in mano la verità: depurandolo dal falso, il panorama cambia, e si aprono sempre nuovi scorci da controllare. Al limite può accadere che, riconoscendo come falsi certi enunciati portanti, cambi l’intero paradigma, nel qual caso i critici trovano nuovo filo da torcere. Debbono rimboccarsi le maniche, perché il loro lavoro ricomincia quasi daccapo. Così, quello di smascherare il falso, si presenta come un lavoro incessante, un’impresa che non può mai ritenersi conclusa. Una partita che non può essere vinta, neanche in linea di principio: ben che ci vada riusciamo a mantenerla aperta. Se siamo bravi, riusciamo a rimanere in gioco. Se invece rinunciamo a giocare la carta della confutazione, se lasciamo che il falso dilaghi indisturbato, la partita è chiusa. Ed è persa, per tutti.

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martedì 31 gennaio 2023

Il racconto “1984” sta diventando realtà?

Nel 1940 George Orwell scrisse:

“Quasi certamente stiamo entrando in un’era di dittature totalitarie, un’epoca in cui la libertà di pensiero sarà dapprima un peccato mortale e poi un’astrazione senza senso. L’individuo autonomo sarà cancellato dall’esistenza”.

La verità è che Il romanzo distopico 1984 di Orwell, è nato come un’opera di finzione, ma molte cose rappresentate riflettono le realtà politiche di molte nazioni, passate e presenti.

“…almeno tre quarti di ciò che narra Orwell non è un’utopia negativa, ma storia.”

Parola del nostro caro Umberto Eco

Riferendosi al suo tempo trascorso a Belgrado sotto il regime comunista, Lawrence Durrell ha scritto che: “Leggere [1984] in un paese comunista è davvero un’esperienza perché si può vedere tutto intorno a sé”.

In questo video esploreremo alcune delle somiglianze tra i sistemi totalitari del 20° secolo e quello di Orwell in 1984, e come risulterà evidente, molti di questi tratti totalitari stanno riemergendo nel mondo moderno a partire dal 2020.

Questa indagine sarà condotta riconoscendo che il totalitarismo si basa sul sostegno di massa, e quindi le società contemporanee hanno un disperato bisogno di gente che non supporti questa forma brutale di governo.

Poco dopo la pubblicazione del 1984, Orwell spiegò: “La morale da trarre da questa situazione da incubo è semplice. Non lasciare che accada. Dipende da te.”

Il totalitarismo di George Orwell è un sistema politico in base al quale un apparato statale centralizzato tenta di controllare praticamente tutti gli aspetti della vita.

“Tutto dentro lo stato, niente fuori dallo stato, niente contro lo stato”, ha detto succintamente il dittatore italiano Mussolini.

Mentre il totalitarismo può emergere sotto le spoglie di varie ideologie politiche, nel 20° secolo sono stati il comunismo e il fascismo a fornire il supporto ideologico per questo tipo di governo.

Il comunismo e il fascismo sono spesso visti agli estremi opposti dello spettro politico, ma nel modo in cui sono stati messi in pratica nel 20° secolo entrambi questi sistemi dimostrano le caratteristiche di uno stato totalizzato e tutto-controllante.

Entrambi usano la forza e la propaganda per ottenere il potere, schiacciare le libertà economiche e civili, soffocare la cultura, partecipare alla sorveglianza di massa, terrorizzare la cittadinanza con la guerra psicologica e, infine, la reclusione di massa e l’omicidio di massa.

Parlando della Russia comunista di Stalin e della Germania nazista di Hitler, Orwell ha spiegato: “I due regimi, essendo partiti da fini opposti, si stanno rapidamente evolvendo verso lo stesso sistema: una forma di collettivismo oligarchico”.

Nei sistemi politici comunisti e fascisti del 20° secolo, e nel libro 1984, il regime totalitario ha mantenuto una stretta presa di controllo sulla popolazione attraverso l’uso della paura artificiale.

“I leader totalitari, sia di destra che di sinistra, sanno meglio di chiunque altro come sfruttare la paura…
Vivono grazie al caos e allo smarrimento…
La strategia della paura è una delle loro tattiche più preziose”. Ha dichiarato Joost Meerloo nel libro Rape of the Mind

La sorveglianza costante di tutti i cittadini è stato uno strumento aggiuntivo nel regime totalitario del libro 1984.

La sorveglianza non solo ha consentito un controllo più efficace della cittadinanza, ma ha anche indotto paura, cosi da abbassare le probabilità che qualsiasi cittadino provasse a ribellarsi.

Questa sorveglianza è stata ottenuta, in primo luogo, attraverso la tecnologia del teleschermo che è stato installato nelle case di tutti e per le strade, e come ha spiegato Orwell:

“Il teleschermo riceveva e trasmetteva contemporaneamente… Ovviamente non c’era modo di sapere se si veniva osservati in un determinato momento… Era persino probabile che guardassero tutti tutto il tempo. Ma in ogni caso potevano collegare il tuo cavo ogni volta che volevano. Dovevi vivere di abitudine nel presupposto che ogni suono che facevi fosse udito e, tranne che nell’oscurità, ogni movimento scrutato.”

In secondo luogo, la sorveglianza di massa della cittadinanza è stata condotta dagli stessi cittadini nel libro 1984.

Ogni persona osservava tutti gli altri e ogni persona era, a sua volta, osservata da tutti gli altri.

Quando il Grande Fratello appariva in televisione, qualsiasi dichiarazione innocua o un sguardo di disapprovazione veniva denunciato alla Polizia del Pensiero e trattata come un “crimine mentale” o un “crimine facciale” – Questo per provare che una persona era sleale e aveva qualcosa da nascondere.

“Per noi è intollerabile che esista in qualsiasi parte del mondo un pensiero errato, per quanto segreto e impotente possa essere.”, ha fatto spiegare Orwell al personaggio di O’Brien.

Nella Russia stalinista, Aleksandr Solzhenitsyn ha osservato che non si può mai essere sicuri se i propri vicini, amici, colleghi, il postino, o in alcuni casi anche la propria famiglia, avrebbero denunciato alla polizia segreta qualsiasi cosa come un lapsus, una critica a Stalin o al comunismo.

Perché se uno veniva denunciato, il loro destino era solitamente segnato: la polizia bussava alla porta nel cuore della notte e subito dopo veniva data la condanna standard di un “tenner” – cioè 10 anni di lavori forzati nel gulag (i campi di prigionia).

Questa forma di sorveglianza ha creato condizioni sociali in cui la maggior parte dei cittadini ha adottato l’ipocrisia e la menzogna come stile di vita, o come spiega Solzhenitsyn in The Gulag Archipelago: “La menzogna permanente diventa l’unica forma sicura di esistenza… Ogni agitazione della lingua può essere ascoltata da qualcuno, ogni espressione facciale osservata da qualcuno. Perciò ogni parola, se non deve essere una menzogna diretta, è comunque obbligata per non contraddire la menzogna generale e comune. Esiste una raccolta di frasi già pronte, di etichette, una selezione di bugie già pronte”.

Oltre a uno stato di paura onnipresente, nel totalitarismo esiste anche uno stato di confusione e disorientamento mentale tra i cittadini.

Joost Meerloo ha spiegato: “Molte vittime del totalitarismo mi hanno detto durante le interviste che l’esperienza più sconvolgente che hanno dovuto affrontare è stata la sensazione di perdita della logica, lo stato di confusione in cui erano state portate, lo stato in cui nulla aveva senso.”

In 1984, è stato usato un disorientamento mentale attraverso la falsificazione della storia e la negazione del concetto di verità oggettiva.

“Il Ministero della Verità è stata l’istituzione che ha falsificato la storia. Tutto svanì nella nebbia. Il passato è stato cancellato, la cancellazione è stata dimenticata, la menzogna è diventata verità”.

Uno dei motivi per cui i regimi totalitari tentano di alterare la storia è perché libera la società da qualsiasi punto di riferimento del passato, o standard di confronto, che potrebbe ricordare ai cittadini che la vita in passato era decisamente meglio di quella attuale cosi sterile e opprimente.

“Entro vent’anni al massimo, l’enorme e semplice domanda: ‘La vita era migliore prima della Rivoluzione di quanto non lo sia ora?’ avrebbe smesso una volta per tutte di essere risolvibile”.

Ma un altro motivo per cui la storia è falsificata dai totalitari è garantire che non ci siano radici storiche alle quali il cittadino possa ancorare e trovare verità, sostentamento e forza.

Nel totalitarismo non possono esserci informazioni storiche che contraddicano o mettano in discussione l’ideologia politica regnante, né alcuna istituzione, come una religione, che offra all’individuo un rifugio dall’influenza dello Stato.

Affinché un regime totalitario condizioni la cittadinanza ad accettare tutto ciò che gli viene fatto, deve controllare il passato, e così come scrisse Orwell nel 1984:

“Ogni record è stato distrutto o falsificato, ogni libro è stato riscritto, ogni quadro è stato ridipinto, ogni statua, strada ed edificio è stato rinominato, ogni data è stata alterata. E quel processo continua giorno dopo giorno e minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Nulla esiste tranne un presente infinito in cui il Partito ha sempre ragione”.

Oltre a distruggere o falsificare il passato, il diffuso disorientamento mentale viene ulteriormente coltivato distruggendo la fede nella verità oggettiva.

Questo viene fatto attraverso un programma di guerra psicologica. Propaganda incessante e intenzionalmente confusa, rapporti contrastanti e palesi bugie, vengono pompati nei “rapporti ufficiali” e attraverso i mass media a tutte le ore del giorno.

Ciò che si dice oggi non ha attinenza con ciò che si potrà dire domani, poiché, come ha spiegato Orwell: “Lo stato totalitario stabilisce dogmi indiscutibili, e li altera di giorno in giorno. Ha bisogno dei dogmi, perché ha bisogno dell’obbedienza assoluta dei suoi sudditi, ma non può evitare i cambiamenti, che sono dettati dalle esigenze della politica di potere”.

In 1984, ad esempio, il Ministero dell’Abbondanza pubblicò un bollettino secondo cui stavano aumentando la razione di cioccolato a venti grammi a settimana.

Orwell scrive:

“Sembra ieri che il ministro aveva annunciato che la razione del cioccolato era da ridurre a 20 grammi a settimana. Ma com’è possibile che i cittadini dopo sole 24 ore sì erano dimenticati di quanto era stato dichiarato? Che la parola ridurre era stata sostituita con aumentare? Soltanto lui aveva il dono della memoria?”

Inoltre, le contraddizioni, le ipocrisie e le bugie costituiscono il fondamento dell’ideologia totalitaria.

Il sistema totalitario presenta l’asservimento dell’individuo come sua liberazione; censurare le informazioni viene definito come proteggere la verità; la distruzione della cultura o dell’economia si chiama suo sviluppo; l’occupazione militare di altri paesi è etichettata come promozione della libertà e della pace.

In 1984, il Ministero della Pace istigò guerre, il Ministero della Verità produsse propaganda e il Ministero dell’Abbondanza creò carenze.

Sull’enorme struttura piramidale del Ministero della Verità erano appese le parole: “LA GUERRA È PACE. LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ. L’IGNORANZA È FORTE.”

“L’ideologia ufficiale abbonda di contraddizioni anche dove non vi è alcuna ragione pratica per esse. Queste contraddizioni non sono casuali.”

Lo scopo di questo programma onnicomprensivo di guerra psicologica è di confondere la mente del cittadino medio.

Perché quando il cittadino è bombardato da contraddizioni e bugie e vive in quello che Orwell chiamava “quel mondo fantasmagorico mutevole in cui domani il nero potrebbe essere bianco e il meteo di ieri può essere cambiato per decreto”, alla fine smette di sapere cosa pensare, o anche come pensare.

La distinzione tra alto e basso, realtà e finzione, verità e falsità, non solo è offuscata, ma perde significato.

La credenza nella verità oggettiva scompare e il cittadino medio diventa completamente dipendente da figure autoritarie per alimentarlo con le idee, ed è quindi pronto a credere alle bugie e alle cose più assurde, purché quelli della classe politica lo dichiarino vero.

Il funzionario sovietico Gyorgy Pjatakov spiegò che “il vero bolscevico sarebbe pronto a credere che il nero fosse bianco e il bianco fosse nero, se il Partito lo richiedeva. Non era rimasta alcuna particella dentro di lui che non fosse tutt’uno con il Partito, non gli apparteneva”.

Leszek Kolakowski, un filosofo esiliato dalla Polonia per le sue critiche al comunismo e al marxismo, scrisse:

“Questo è ciò che i regimi totalitari cercano incessantemente di ottenere. Le persone la cui memoria, personale o collettiva, è stata nazionalizzata, è diventata di proprietà statale e perfettamente malleabile, totalmente controllabile, sono interamente alla mercé dei loro governanti; sono stati privati della loro identità; sono indifesi e incapaci di mettere in discussione qualsiasi cosa gli venga detto di credere. Non si ribelleranno mai, non penseranno mai, non creeranno mai; sono stati trasformati in oggetti morti”.

Nel 1984, il personaggio principale Winston riesce per la maggior parte del libro a rimanere psicologicamente fuori dalla portata del Partito e del suo leader, il Grande Fratello, nonostante la paura diffusa e il disorientamento mentale che gli turbina intorno.

Abbasso il Grande Fratello”, scrive nel suo diario, all’inizio del libro. Tuttavia, dopo essere stato arrestato dalla Polizia del pensiero e sottoposto a “rieducazione”, Winston abdica alla sua ragione e coscienza e inizia ad accettare le bugie.

Si unisce al culto totalitario e diventa un altro mattone nel muro dello Stato onnipotente.

Riferendosi a Winston, Orwell scrive:
“Non poteva più combattere contro il Partito. Inoltre, il Partito aveva ragione. Si trattava semplicemente di imparare a pensare come pensa il partito. La matita era spessa e goffa tra le dita di Winston. Cominciò a scrivere i pensieri che gli passavano per la testa. Scrisse dapprima a grandi e goffi maiuscoli:
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ.

Poi quasi senza sosta scrisse sotto di essa:

DUE piu’ DUE fa CINQUE.

La lotta era finita.

Aveva perso. Amava il Grande Fratello”.

Alcuni hanno preso questo finale come un segno del pessimismo di Orwell, come un’indicazione che l’umanità è condannata a un futuro totalitario.

Tuttavia, il motivo per cui Orwell ha scritto questo libro non era di deprimere né promuovere un’apatia fatalistica, ma di mettere in guardia e spingere all’azione quante più persone possibile.

Perché Orwell ha capito che nella battaglia tra totalitarismo e libertà nessuno può permettersi di farsi da parte.

Il destino di ognuno di noi è in bilico perchè ricorda:“Non lasciare che accada. Dipende da te fermarlo.” 

 

Tratto da: https://numero6.org/attualita/il-racconto-1984-sta-diventando-realta/

1984 è un film britannico del 1984 diretto da Michael Radford: 

1984 FILM - Il Grande Fratello di George Orwell

https://youtu.be/sykvUmjdJcw

martedì 10 novembre 2009

chi di televisione ferisce...

Puntuale alle 19 nel tg4 c'è il sermone quotidiano di Emilio Fede che indottrina le moltitudini fiduciosamente affollate davanti alla tivvù. Mostra loro la realtà che devono credere così come la vuole lui e il suo padrone.
Si tratta di uno dei tanti esempi di moderna propaganda.

Ci sono persone che esistono solo attraverso la televisione: ne traggono tutti i modelli e gli insegnamenti per la vita e la loro massima aspirazione è apparire in televisione. Apparire, non essere, molto di più della criticata second life!
Quelli che vivono in televisione credono che il mondo giri intorno a loro e alla televisione, hanno un orizzonte limitato allo schermo, soffrono di arroganza, presunzione e di astinenza da studio televisivo.

Quando i campioni della propaganda incontrano chi non canta nel loro coro, reagiscono censurando qualunque cosa stimoli il ragionamento nel timore che smascheri l'inconsistenza e le contraddizioni. Di solito i modi sono rozzi, violenti e maleducati; chi non ricorda l'infelice frase: "lei è più bella che intelligente" detta senza vergogna in una trasmissione televisiva?

Ma può accadere che "chi di televisione ferisce, di televisione perisce".
Nella prima parte di questo video c'è una signora che rifiuta di essere intervistata da Emilio Fede perchè non lo gradisce; l'occasione è la grande manifestazione del 3 ottobre 2009 per la libertà di stampa, tutto avviene in diretta e quindi non può essere censurato.
Il rifiuto è deciso ma non maleducato ed è accompagnato da un efficace linguaggio non verbale in risposta ad un patetico tentativo di chiosa del noto affabulatore.

Da notare la "giornalista" eterodiretta.