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mercoledì 26 marzo 2025

Psicopatologia politica dell’Unione Europea

 

13 Mar , 2025 di |

Di fronte al delirio bellicista in atto nell’Unione Europea, viene da chiedersi se non siamo ormai di   fronte a un caso macroscopico di psicopatologia politica: sono in atto tutti i meccanismi difensivi descritti da Freud. Il primo è la negazione: del reale, del contesto, delle proprie pulsioni distruttive ecc., che ormai si è spinta a un punto tale, psicotico, da divenire denegazione, forclusione (cioè perdita del rapporto con la realtà, tipico della psicosi). Poi la proiezione, lo spostamento, la scissione, la rimozione, l’idealizzazione di sé. Del resto, proprio Freud in Il disagio della civiltà, ma anche nel suo epistolario-dialogo con Einstein, aveva tematizzato lo sfondo psicoanalitico della guerra. A tale sfondo si accompagna anche una robusta dose di infantilismo politico, che contribuisce ad alimentare una deriva fanatica e irrazionale che sacrifica i veri interessi dei popoli europei, e la loro stessa volontà, al mantenimento di un falso Sé europeista. Quindi c’è il cinismo, ci sono gli interessi (anche inconfessabili), ma è in gioco una questione esistenziale, identitaria dalle implicazioni profonde, che toccano il lato oscuro della costruzione europea.

C’è sicuramente un elemento di distruttività (introiettata), legato a una vera propria sindrome ossessivo-paranoide (castronerie antistoriche come il paragone Putin-Hitler, l’idea che siamo in pericolo perché l’Europa sta per essere invasa dalla Russia, ipotesi priva di qualsiasi fondamento politico, anche banalmente dal punto di vista pratico-militare).  L’Europa è inconsciamente angosciata innanzitutto da se stessa. L’UE oggi custodisce l’ortodossia ideologica neoliberale e globalista. L’America di Trump è tecno-mercatista, ma anti-globalista. Su questa base accetta il pluriverso mondiale, puntando a un modus vivendi nelle relazioni internazionali, e cerca di guadagnare dei vantaggi strategici posizionandosi al meglio nella competizione globale. Inoltre ha messo in discussione i dogmi liberal e chiuso con il fanatismo woke. Rispetto alla decisiva questione ucraina, punta a una pace possibile, realistica. Mentre l’UE, umiliata innanzitutto da se stessa, dai propri madornali errori, dalla propria cecità, è preda dell’isteria. Eppure, nonostante la propaganda forsennata, voci e analisi non sono mancate, che mettevano in luce non solo l’infondatezza, ma la fragilità e l’autolesionismo della posizione UE sull’Ucraina. L’esito fallimentare della politica imposta dai dem americani e subito accolta in modo del tutto subalterno dagli europei (persino da chi più l’avrebbe subita e pagata, cioè i tedeschi) era prevedibile, ed era stato previsto (ad esempio da Mearsheimer e Todd).  Da un certo punto di vista, che l’unica Europa “politica” (peraltro illusoria e antidemocratica) che riescono a concepire sia il suo simulacro bellicista, non sorprende, essendo l’UE uno strumento di spoliticizzazione tecnocratica. Quindi politica in senso proprio può darsi solo in forma fantasmatica, come sintomo e non come risorsa strategica. Di fronte all’irruzione del reale che Trump e Vance rappresentano, l’oligarchia europea reagisce aggrappandosi alla paura e all’emergenzialismo. Nonostante abbia a disposizione mezzi potenti, anche sul piano mediatico, non c’è consenso. Per questo viviamo tempi pericolosi, perché potrebbe accadere, o potrebbe essere cercato, un “incidente”, che imponga il fatto compiuto.

Attualmente, in America c’è politica, in Europa no. Magari è una politica rozza, con robuste sacche di stato di natura, che peraltro non sono certo una novità dell’oggi, ma è indubbio che con il movimento MAGA si sia manifestata un’energia politica nuova, per quanto ambivalente, che ha segnato un cambiamento egemonico nella società americana. Non a caso Trump ha scelto come vice Vance, un hillbilly che ce l’ha fatta e che proprio in virtù della sua storia, raccontata nell’interessante autobiografia Elegia americana (ma il titolo originale è proprio Hillbilly Elegy), non aderisce all’establishment globalista e pseudoprogressista ma dà voce, essendone un figlio, all’America profonda e popolare, deindustrializzata e abbandonata.  Un profilo più politico rispetto al Trump businessman e pragmatico: Vance porta contenuti sociali significativi, espressivi di problemi reali, al “significante populista” Trump, “vuoto” (lacanianamente) ma non del tutto, e per questo in grado di sussumere istanze diverse, trasversali e anche contraddittorie: domande popolari e spinte tecnologiche, l’esigenza di ritorno ai territori e alle produzioni domestiche e rilancio della sfida spaziale, “buon senso” popolare e mitologia dell’IA.    In questo contesto, Vance è chiaramente un’alternativa, o perlomeno un contrappeso, a Musk (con tutti i suoi inquietanti profili transumanistici e ipertecnoprivatistici). L’acidità dei “leaders” europei verso Vance si spiega proprio con questa sua “verità”, che gli deriva dalla matrice e dal parlar franco: è come se avesse messo loro di fronte uno specchio rivelatore. Peraltro, il discorso che ha fatto a Monaco è stata una lezione di lucido realismo politico nelle relazioni internazionali e al contempo una prova di fiducia nella sovranità popolare e nel libero confronto delle idee, ciò che ai censori eurocratici palesemente manca.  Del resto, l’Europa è diventata il luogo della spoliticizzazione. Un continente senza identità.
L’UE, che ne è il vettore, è esattamente l’opposto di come viene contrabbandata (un embrione di Europa politica, una potenza civile ecc.)
Rimanendo dentro il suo schema, possono generarsi solo “simulacri di resilienza” (come la Linke in Germania, il Fronte popolare per finta – facile preda della strumentalizzazione macroniana – in Francia, o la pseudo-sinistra radicale in Italia).  Utili solo all’oligarchia eurocratica neoliberale e globalista.   

Ma che cos’è, in definitiva, l’Unione Europea? Non è uno Stato federale; non è una confederazione; ma non è neppure semplicemente un’alleanza (sebben sia basata su dei trattati, i cui “signori” restano ovviamente gli Stati). Ha una moneta senza Stato né governo politico dell’economia, il che impedisce logicamente una vera integrazione economico-finanziaria solidaristica e politiche fiscali comuni; ha un apparato tecnocratico elefantiaco, intorno a cui  ruotano cospicue lobbies; soffre di sovrapproduzione normativa, ha un potere giudiziario invadente e auto-espansivo, ma non è un vero Stato di diritto;  non ha una costituzione, ma ha un trattato che è stato pomposamente qualificato come costituzionale; ha un parlamento, ma non è una vera democrazia rappresentativa (ciò che implica, tra l’altro, che la rappresentanza politica del conflitto sociale vi sia inibita: probabilmente uno dei suoi veri scopi dopo Maastricht, in omaggio all’ideologia ordoliberale). Insomma, è un sistema di dominio tecnocratico-finanziario, centrato su un’ipertrofia giuridica e sulla governance come gestione tecnica. Il tutto condito da una melassa moralistica sempre più scollata dalla realtà e anche dalla verità storica. Dal punto di vista della cultura politica, una bolla illusionistica.

L’inidentificabilità dell’UE ha portato ad attribuirle le qualificazioni più fantasiose. O meglio, a usare metafore improbabili per coprire il fatto che non si sapeva che cosa fosse. Ma se non si sa dire in cosa consista un fenomeno, c’è perlomeno un problema. Se poi si tratta di questioni che investono il diritto pubblico (interno, internazionale, comparato), la cosa si fa imbarazzante per la scienza del diritto (positivo), ma anche per la teoria del diritto (e della politica). Diciamo che i giuristi, ma in generale gli “intellettuali”, avrebbero dovuto prendere sul serio la questione…Invece la si è presa come un’opportunità, inseguendo le illusioni post-sovrane e post-statuali, con una forte semplificazione del tema identitario, linguistico-culturale e nazionale, e aggirando per via funzionalistica il nodo politico della decisione. Si è generata così una politica “indiretta”, apparentemente mite, o a bassa intensità, che ha sostituito alla complessità della politica la spoliticizzazione moralistica e tecnocratica. Ciò ha contribuito a depotenziare l’Europa, non alleanza tra pari, strumento di cooperazione tra Stati, ma coacervo dilatato (dopo l’improvvido allargamento ad Est) e opaco di interessi in contrasto e fideismo. È questo pregresso che ha portato, a valanga, a una serie di rovesci clamorosi, all’austerità e alla dissennata gestione della crisi finanziaria innescata dai mutui subprime americani (presentata strumentalmente come crisi dei debiti sovrani, in realtà dei debiti privati, cioè delle banche, soprattutto tedesche e francesi): un vero e proprio piano inclinato verso la perdita di legittimazione e consenso. Fino al totale fallimento in Ucraina e al sostegno al massacro di Gaza. Bisogna prendere atto del fatto che il triste esito di un’UE fallita politicamente e moralmente è l’enfatizzazione parossistica dell’ostilità, l’abbandono del pensiero critico e di un sano realismo, l’autoaccecamento, la cattiva coscienza condita da un suprematismo morale tanto isterico quanto di essa compensativo. Tutto, pur di fuggire dal reale. Un mix grottesco e pernicioso di bellicismo, impotenza e marginalizzazione geopolitica.

In quella malia suggestiva dell’indefinibilità dell’UE sono caduti in molti. Alcuni in buona fede (il clima genericamente ma indefettibilmente europeista degli anni Novanta aiutava). Ma è stata anche, per alcuni abili navigatori, non a caso uomini per più stagioni, che hanno pilotato la sostituzione della costituzione economica prevista dalla Carta del 1948 con quella di Maastricht e dell’euro, una forma di supponenza intellettuale e cinismo politico-carrieristico. La narrazione era che si stesse realizzando, seppur gradualmente, tra arresti e avanzate, una cosa talmente nuova che non si sapeva neppure dire che cosa fosse, e che però rappresentava un sicuro progresso. Invece di chiedersi, più realisticamente, se ciò non fosse un limite, un problema da affrontare e possibilmente superare, in ogni caso un segno di difficoltà. L’UE è un UFO, un oggetto volante non identificato, oppure un calabrone, pesante, non bello da vedersi, che però vola. Questo era il discorso dominante, veicolato dall’alto. Ebbene, l’UFO è atterrato sul pianeta Marte (o vorrebbe): il pianeta del dio della guerra. E la facies del calabrone è sempre più devastata, dal punto di vista estetico-politico. I tentativi di replicare ancora – stancamente, e proprio per questo con modalità sempre più parossistiche -, quegli schemi interpretativi producono effetti imbarazzanti.

Alla fine, si diceva, conta l’effettività funzionalistica dell’integrazione. Una versione triviale del classico tema dell’effettività. Solo che se, quando il consenso traballa, l’osservanza viene imposta con la forza e quindi l’effettività diviene mera costrizione con il potere emergenziale che l’UE si è di fatto attribuita, inevitabilmente tutta la sua precaria impalcatura tiene sempre meno.   Non sorprende che per evitare di affrontare un difficile ma necessario discorso di verità, di fare i conti auto-riflessivamente con un fallimento frutto di una strada sbagliata che a un certo punto è stata intrapresa, o che è diventata prevalente, si finisca per tradire. nel disperato tentativo di comprare tempo e rimanere a galla, quegli standard costituzionali e assiologici di cui ci si ammanta ipocritamente. La verità è che quando una “classe dirigente” (per modo di dire) fallisce così clamorosamente e colpevolmente, se ne deve andare a casa. L’oligarchia eurocratica (tanto a Bruxelles, a Francoforte, a Strasburgo e in Lussemburgo, quanto nelle capitali dei paesi membri) lo sa, e lotta per sopravvivere. Il problema è che forse è disposta a far pagare qualsiasi prezzo ai popoli europei, dal fortino ultra-atlantista che è rimasta a presidiare da sola (con il Regno Unito, ma è da vedere fino a che punto i britannici saranno disposti a disallinearsi dall’eterno alleato americano, fratello minore divenuto da tempo assai maggiore).

Di recente Ferrajoli ha proposto di andare in piazza con l’Europa peggiore in nome dell’Europa migliore (nella manifestazione serrapiattista del 15 marzo). Verrebbe da dire: continuiamo così, facciamoci del male! Inoltre ha prospettato l’idea surreale di una grande alleanza (anche con von der Leyen e Macron) contro il fascismo globale. Ma il nuovo fascismo è il mainstream. Che, ad esempio, annulla le elezioni ed esclude arbitrariamente candidati sgraditi (come in Romania, ma si capisce che la tendenza può estendersi). Del resto, la deriva postdemocratica, e ora apertamente antidemocratica, è in atto da tempo (la lettera Trichet-Draghi e il ricatto alla Grecia ne furono chiare avvisaglie). Il precipitato di quel “nuovo fascismo” che profeticamente aveva intuito Pasolini. Tanto per abbassare il livello, il “nuovo fascismo” di chi sforna (e osanna) piccoli “prodotti” di consumo seriale su Mussolini che esprimono perfettamente, con la loro mediocrità antistorica, nemica di ogni serio approfondimento critico, l’apocalisse culturale denunciata da PPP nella forma della “mutazione antropologica”.  Del resto, questa è oggi l’opera principale della comunicazione e dell’intrattenimento dell’establishment: ripetere all’infinito ai ceti medio-alti presuntamente riflessivi, in realtà affetti da irrimediabile “mezza cultura”, quello che si vogliono sentir dire. Per continuare a non capire nulla. E soprattutto, per carità, non farsi venire mai un dubbio, che possa eventualmente spingere a pensare (impresa disperata, in effetti). È il correlato postmoderno, neoliberale e pseudoprogressista, del “fascismo degli antifascisti” di cui scriveva sempre PPP: “esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. (…) Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede”. Del resto, come diceva Flaiano, “i fascisti si sono sempre divisi in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”.  

Ma, per concludere, torniamo alla cara UE, questa presunta “tappa esemplare del processo di unificazione del genere umano” (così sempre Ferrajoli).  Ora, la cosa grottesca è che decenni di spoliticizzazione, di predicazione post-sovrana e post-statuale, si risolvono in un’adesione fanatica a un simulacro del “politico”, ovvero al riarmo come feticcio, che dovrebbe portare a chissà quali esiti storici (l’Europa politica?) e garantire l’autodifesa europea (ma presumibilmente è appunto solo il tentativo disperato di un élite perdente e mediocrissima di rimanere a galla). Il risultato è un pastrocchio irrealistico e ingannevole, profondamente ingiusto (i soldi per le armi si, per gli ospedali no), peraltro in totale contrasto con tutto quello che il clero europeista ha sempre predicato retoricamente (siamo un presidio civile di pace). Se non fosse pericoloso, ci sarebbe da sbellicarsi. L’UE sta andando esattamente nella direzione opposta rispetto a ciò di cui ci sarebbe bisogno: cogliere l’opportunità per una tregua che, attraverso un compromesso, ponga le basi di una pace stabile e ci faccia uscire dall’incubo di una terza guerra mondiale. Quindi, se si cerca la pace e si rispetta la pluralità del mondo, mai alla manifestazione del 15 marzo. E se si auspica che in Europa, in particolare nel nucleo storico dei Paesi fondatori, risorga una politica di cooperazione tra Stati basata innanzitutto sul rispetto dei popoli europei, occorre rovesciare la logica dell’UE.

Fonte: https://www.lafionda.org/2025/03/13/psicopatologia-politica-dellunione-europea/

mercoledì 6 luglio 2016

"... opzioni di resistenza, nascoste dal potere che le teme..."


Paolo Sollier a metà anni settanta,
intento a salutare i propri tifosi
col suo abituale gesto del pugno alzato

postilla ai commenti su: Pensare local, agire...

Per riabilitare la dimensione simbolica della politica, oggi completamente screditata, c'è bisogno di testimonianza. Il valore della politica non è più garantito ideologicamente dalla forza delle tradizioni, dall'autorevolezza simbolica dei partiti.
Per riabilitare la politica non serve il nome ma l'atto.

M. Recalcati, Patria senza Padri, minimun fax, Roma 2013


domenica 11 novembre 2012

i politici non sono tutti uguali

oggi, un'amica mi ha inoltrato questa e-mail

Care amiche e cari amici, 
tanto per sfatare una volta per tutte il luogo comune caro ai qualunquisti secondo cui i politici "sono tutti uguali", vi giro quanto pervenutomi oggi. Le decisioni prese a tamburo battente da un leader europeo dimostrano che si può intraprendere una strada diversa che privilegi il welfare, senza ricorrere alla demagogia ed al populismo inconcludente di strilloni improvvisati che sbraitano sulle piazze promettendo rimedi capaci di guarire tutti i mali, come facevano gli imbonitori nelle fiere di paese, quando la gente era meno smaliziata, però. Fraterni saluti a tutti!  

Ecco cosa ha fatto il premier francese Hollande (non parole, fatti !!) in 56 giorni di governo:

Ha abolito il 100% delle auto blu e le ha messe all'asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate.

Ha fatto inviare un documento (dodici righe) a tutti gli enti statali dipendenti dall'amministrazione centrale in cui comunicava l'abolizione delle "vetture aziendali" sfidando e insultando provocatoriamente gli alti funzionari, con frasi del tipo "un dirigente che guadagna 650.000 euro all'anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, oppure è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure". Touchè. Via con le Peugeot e le Citroen. 345 milioni di euro risparmiati subito, spostati per creare (apertura il 15 agosto 2012) 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati "per aumentare la competitività e la produttività della nazione".

Ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito "socialmente immorale") e ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un'aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le
famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all'anno. Con quei soldi (rispettando quindi il fiscal compact) senza intaccare il bilancio di un euro ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione.

Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali.

Ha istituito il "bonus cultura" presidenziale, un dispositivo che consente di pagare tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente assumendo almeno due laureati disoccupati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo tale da far risparmiare soldi della spesa pubblica, dare un minimo contributo all'occupazione e rilanciare dei nuovi status sociale.

Ha abolito tutti i sussidi governativi a riviste, rivistucole, fondazioni, e case editrici, sostituite da comitati di "imprenditori statali" che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate.

Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione): "chi offre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare".

Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800 mila euro all'anno. Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a "donne mamme singole" in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finchè il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande. Il tutto senza toccare il pareggio di bilancio.

Risultato ?
Lo spread con i bund tedeschi è sceso, per magia. E' arrivato a 101 (da noi viaggia intorno a 470). L'inflazione non è salita. La competitività e la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte.

Hollande è un genio dell'economia ?? O i nostri politici sono dei mafiosi e degli incapaci ??


lunedì 8 giugno 2009

Al Tappone & Topolanek

La tragicommedia di quest’uomo ridicolo, e al contempo pericoloso, che rischia di finire appeso non a un distributore di benzina, ma al suo pisello, è una formidabile cartina al tornasole per misurare la qualità degli uomini che hanno in mano la politica e l’informazione, cioè il Paese.

Times: «Cade la maschera del clown» Berlusconi: giornale ispirato dalla sinistra Il premier: veline e Mills? Già chiarito tutto. Polemiche voli di Stato, interrogazione del Pd. Di Pietro: offesa a famiglie ROMA (1 giugno)
«Cade la maschera del clown» titola il Times.
«Berlusconi, lo scandalo alle calcagna» scrive in prima pagina il quotidiano parigino della gauche, Libération.
Ma il premier non resta a guardare e ribatte in particolare al Times definendolo un giornale ispirato e insufflato dalla sinistra italiana....

domenica 10 maggio 2009

Andrea Camilleri,in una recente intervista televisiva, sollecitato a dire la sua circa le vicende che "occupano" i media di questi giorni, ha risposto citando il verso 76 del VI canto del Purgatorio del sommo Poeta:


Ahi, serva Italia, di dolore ostello,

Nave senza nocchiero in gran tempesta,

Non donna di provincie, ma bordello!


La scena si svolge nell'Antipurgatorio dove le anime dei negligenti, cioè di quelli che trascurarono i loro doveri spirituali, attendono di poter iniziare la loro espiazione.

Come già nell'Inferno e come poi nel Paradiso, Dante dedica il sesto canto al tema politico.

L'imprevisto abbraccio tra Sordello e Virgilio, nato dalla sola consapevolezza di venire dalla stessa terra (Mantova), suscita nel poeta un'energica ed amara apostrofe all'Italia del presente definita serva, luogo di dolore, nave senza guida, bordello

Eppure Giustiniano aveva dotato l'Italia di leggi appropriate, ma nessuno esercita il giusto potere per farle applicare. Invece si appropriano abusivamente del potere temporale gli uomini di chiesa che non sanno guidare l'Italia, divenuta ormai un destriero ingovernabile.

Dante dopo un'appassionata invettiva ai potenti del suo tempo, si rivolge direttamente a Firenze. In essa dominano la superficialità e l'irresponsabilità di cittadini che fanno a gara per avere cariche pubbliche senza capacità o preparazione.

(analisi del canto liberamente tratta da Wikipedia)