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martedì 10 giugno 2025

Ricordare


Il 10 giugno 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti fu rapito e ucciso da un commando di camicie nere.

Il 30 maggio precedente, in un celebre discorso alla Camera dei Deputati, aveva denunciato i brogli elettorali commessi dai fascisti durante le elezioni del 6 aprile 1924.

Il corpo di Matteotti fu ritrovato solo il 16 agosto 1924. Il 3 gennaio 1925, in un altrettanto celebre discorso, Mussolini si assunse tutta la “responsabilità politica, morale e storica” dell’omicidio.


Ricordato da: https://t.me/ilrovoelarosa

mercoledì 26 marzo 2025

Psicopatologia politica dell’Unione Europea

 

13 Mar , 2025 di |

Di fronte al delirio bellicista in atto nell’Unione Europea, viene da chiedersi se non siamo ormai di   fronte a un caso macroscopico di psicopatologia politica: sono in atto tutti i meccanismi difensivi descritti da Freud. Il primo è la negazione: del reale, del contesto, delle proprie pulsioni distruttive ecc., che ormai si è spinta a un punto tale, psicotico, da divenire denegazione, forclusione (cioè perdita del rapporto con la realtà, tipico della psicosi). Poi la proiezione, lo spostamento, la scissione, la rimozione, l’idealizzazione di sé. Del resto, proprio Freud in Il disagio della civiltà, ma anche nel suo epistolario-dialogo con Einstein, aveva tematizzato lo sfondo psicoanalitico della guerra. A tale sfondo si accompagna anche una robusta dose di infantilismo politico, che contribuisce ad alimentare una deriva fanatica e irrazionale che sacrifica i veri interessi dei popoli europei, e la loro stessa volontà, al mantenimento di un falso Sé europeista. Quindi c’è il cinismo, ci sono gli interessi (anche inconfessabili), ma è in gioco una questione esistenziale, identitaria dalle implicazioni profonde, che toccano il lato oscuro della costruzione europea.

C’è sicuramente un elemento di distruttività (introiettata), legato a una vera propria sindrome ossessivo-paranoide (castronerie antistoriche come il paragone Putin-Hitler, l’idea che siamo in pericolo perché l’Europa sta per essere invasa dalla Russia, ipotesi priva di qualsiasi fondamento politico, anche banalmente dal punto di vista pratico-militare).  L’Europa è inconsciamente angosciata innanzitutto da se stessa. L’UE oggi custodisce l’ortodossia ideologica neoliberale e globalista. L’America di Trump è tecno-mercatista, ma anti-globalista. Su questa base accetta il pluriverso mondiale, puntando a un modus vivendi nelle relazioni internazionali, e cerca di guadagnare dei vantaggi strategici posizionandosi al meglio nella competizione globale. Inoltre ha messo in discussione i dogmi liberal e chiuso con il fanatismo woke. Rispetto alla decisiva questione ucraina, punta a una pace possibile, realistica. Mentre l’UE, umiliata innanzitutto da se stessa, dai propri madornali errori, dalla propria cecità, è preda dell’isteria. Eppure, nonostante la propaganda forsennata, voci e analisi non sono mancate, che mettevano in luce non solo l’infondatezza, ma la fragilità e l’autolesionismo della posizione UE sull’Ucraina. L’esito fallimentare della politica imposta dai dem americani e subito accolta in modo del tutto subalterno dagli europei (persino da chi più l’avrebbe subita e pagata, cioè i tedeschi) era prevedibile, ed era stato previsto (ad esempio da Mearsheimer e Todd).  Da un certo punto di vista, che l’unica Europa “politica” (peraltro illusoria e antidemocratica) che riescono a concepire sia il suo simulacro bellicista, non sorprende, essendo l’UE uno strumento di spoliticizzazione tecnocratica. Quindi politica in senso proprio può darsi solo in forma fantasmatica, come sintomo e non come risorsa strategica. Di fronte all’irruzione del reale che Trump e Vance rappresentano, l’oligarchia europea reagisce aggrappandosi alla paura e all’emergenzialismo. Nonostante abbia a disposizione mezzi potenti, anche sul piano mediatico, non c’è consenso. Per questo viviamo tempi pericolosi, perché potrebbe accadere, o potrebbe essere cercato, un “incidente”, che imponga il fatto compiuto.

Attualmente, in America c’è politica, in Europa no. Magari è una politica rozza, con robuste sacche di stato di natura, che peraltro non sono certo una novità dell’oggi, ma è indubbio che con il movimento MAGA si sia manifestata un’energia politica nuova, per quanto ambivalente, che ha segnato un cambiamento egemonico nella società americana. Non a caso Trump ha scelto come vice Vance, un hillbilly che ce l’ha fatta e che proprio in virtù della sua storia, raccontata nell’interessante autobiografia Elegia americana (ma il titolo originale è proprio Hillbilly Elegy), non aderisce all’establishment globalista e pseudoprogressista ma dà voce, essendone un figlio, all’America profonda e popolare, deindustrializzata e abbandonata.  Un profilo più politico rispetto al Trump businessman e pragmatico: Vance porta contenuti sociali significativi, espressivi di problemi reali, al “significante populista” Trump, “vuoto” (lacanianamente) ma non del tutto, e per questo in grado di sussumere istanze diverse, trasversali e anche contraddittorie: domande popolari e spinte tecnologiche, l’esigenza di ritorno ai territori e alle produzioni domestiche e rilancio della sfida spaziale, “buon senso” popolare e mitologia dell’IA.    In questo contesto, Vance è chiaramente un’alternativa, o perlomeno un contrappeso, a Musk (con tutti i suoi inquietanti profili transumanistici e ipertecnoprivatistici). L’acidità dei “leaders” europei verso Vance si spiega proprio con questa sua “verità”, che gli deriva dalla matrice e dal parlar franco: è come se avesse messo loro di fronte uno specchio rivelatore. Peraltro, il discorso che ha fatto a Monaco è stata una lezione di lucido realismo politico nelle relazioni internazionali e al contempo una prova di fiducia nella sovranità popolare e nel libero confronto delle idee, ciò che ai censori eurocratici palesemente manca.  Del resto, l’Europa è diventata il luogo della spoliticizzazione. Un continente senza identità.
L’UE, che ne è il vettore, è esattamente l’opposto di come viene contrabbandata (un embrione di Europa politica, una potenza civile ecc.)
Rimanendo dentro il suo schema, possono generarsi solo “simulacri di resilienza” (come la Linke in Germania, il Fronte popolare per finta – facile preda della strumentalizzazione macroniana – in Francia, o la pseudo-sinistra radicale in Italia).  Utili solo all’oligarchia eurocratica neoliberale e globalista.   

Ma che cos’è, in definitiva, l’Unione Europea? Non è uno Stato federale; non è una confederazione; ma non è neppure semplicemente un’alleanza (sebben sia basata su dei trattati, i cui “signori” restano ovviamente gli Stati). Ha una moneta senza Stato né governo politico dell’economia, il che impedisce logicamente una vera integrazione economico-finanziaria solidaristica e politiche fiscali comuni; ha un apparato tecnocratico elefantiaco, intorno a cui  ruotano cospicue lobbies; soffre di sovrapproduzione normativa, ha un potere giudiziario invadente e auto-espansivo, ma non è un vero Stato di diritto;  non ha una costituzione, ma ha un trattato che è stato pomposamente qualificato come costituzionale; ha un parlamento, ma non è una vera democrazia rappresentativa (ciò che implica, tra l’altro, che la rappresentanza politica del conflitto sociale vi sia inibita: probabilmente uno dei suoi veri scopi dopo Maastricht, in omaggio all’ideologia ordoliberale). Insomma, è un sistema di dominio tecnocratico-finanziario, centrato su un’ipertrofia giuridica e sulla governance come gestione tecnica. Il tutto condito da una melassa moralistica sempre più scollata dalla realtà e anche dalla verità storica. Dal punto di vista della cultura politica, una bolla illusionistica.

L’inidentificabilità dell’UE ha portato ad attribuirle le qualificazioni più fantasiose. O meglio, a usare metafore improbabili per coprire il fatto che non si sapeva che cosa fosse. Ma se non si sa dire in cosa consista un fenomeno, c’è perlomeno un problema. Se poi si tratta di questioni che investono il diritto pubblico (interno, internazionale, comparato), la cosa si fa imbarazzante per la scienza del diritto (positivo), ma anche per la teoria del diritto (e della politica). Diciamo che i giuristi, ma in generale gli “intellettuali”, avrebbero dovuto prendere sul serio la questione…Invece la si è presa come un’opportunità, inseguendo le illusioni post-sovrane e post-statuali, con una forte semplificazione del tema identitario, linguistico-culturale e nazionale, e aggirando per via funzionalistica il nodo politico della decisione. Si è generata così una politica “indiretta”, apparentemente mite, o a bassa intensità, che ha sostituito alla complessità della politica la spoliticizzazione moralistica e tecnocratica. Ciò ha contribuito a depotenziare l’Europa, non alleanza tra pari, strumento di cooperazione tra Stati, ma coacervo dilatato (dopo l’improvvido allargamento ad Est) e opaco di interessi in contrasto e fideismo. È questo pregresso che ha portato, a valanga, a una serie di rovesci clamorosi, all’austerità e alla dissennata gestione della crisi finanziaria innescata dai mutui subprime americani (presentata strumentalmente come crisi dei debiti sovrani, in realtà dei debiti privati, cioè delle banche, soprattutto tedesche e francesi): un vero e proprio piano inclinato verso la perdita di legittimazione e consenso. Fino al totale fallimento in Ucraina e al sostegno al massacro di Gaza. Bisogna prendere atto del fatto che il triste esito di un’UE fallita politicamente e moralmente è l’enfatizzazione parossistica dell’ostilità, l’abbandono del pensiero critico e di un sano realismo, l’autoaccecamento, la cattiva coscienza condita da un suprematismo morale tanto isterico quanto di essa compensativo. Tutto, pur di fuggire dal reale. Un mix grottesco e pernicioso di bellicismo, impotenza e marginalizzazione geopolitica.

In quella malia suggestiva dell’indefinibilità dell’UE sono caduti in molti. Alcuni in buona fede (il clima genericamente ma indefettibilmente europeista degli anni Novanta aiutava). Ma è stata anche, per alcuni abili navigatori, non a caso uomini per più stagioni, che hanno pilotato la sostituzione della costituzione economica prevista dalla Carta del 1948 con quella di Maastricht e dell’euro, una forma di supponenza intellettuale e cinismo politico-carrieristico. La narrazione era che si stesse realizzando, seppur gradualmente, tra arresti e avanzate, una cosa talmente nuova che non si sapeva neppure dire che cosa fosse, e che però rappresentava un sicuro progresso. Invece di chiedersi, più realisticamente, se ciò non fosse un limite, un problema da affrontare e possibilmente superare, in ogni caso un segno di difficoltà. L’UE è un UFO, un oggetto volante non identificato, oppure un calabrone, pesante, non bello da vedersi, che però vola. Questo era il discorso dominante, veicolato dall’alto. Ebbene, l’UFO è atterrato sul pianeta Marte (o vorrebbe): il pianeta del dio della guerra. E la facies del calabrone è sempre più devastata, dal punto di vista estetico-politico. I tentativi di replicare ancora – stancamente, e proprio per questo con modalità sempre più parossistiche -, quegli schemi interpretativi producono effetti imbarazzanti.

Alla fine, si diceva, conta l’effettività funzionalistica dell’integrazione. Una versione triviale del classico tema dell’effettività. Solo che se, quando il consenso traballa, l’osservanza viene imposta con la forza e quindi l’effettività diviene mera costrizione con il potere emergenziale che l’UE si è di fatto attribuita, inevitabilmente tutta la sua precaria impalcatura tiene sempre meno.   Non sorprende che per evitare di affrontare un difficile ma necessario discorso di verità, di fare i conti auto-riflessivamente con un fallimento frutto di una strada sbagliata che a un certo punto è stata intrapresa, o che è diventata prevalente, si finisca per tradire. nel disperato tentativo di comprare tempo e rimanere a galla, quegli standard costituzionali e assiologici di cui ci si ammanta ipocritamente. La verità è che quando una “classe dirigente” (per modo di dire) fallisce così clamorosamente e colpevolmente, se ne deve andare a casa. L’oligarchia eurocratica (tanto a Bruxelles, a Francoforte, a Strasburgo e in Lussemburgo, quanto nelle capitali dei paesi membri) lo sa, e lotta per sopravvivere. Il problema è che forse è disposta a far pagare qualsiasi prezzo ai popoli europei, dal fortino ultra-atlantista che è rimasta a presidiare da sola (con il Regno Unito, ma è da vedere fino a che punto i britannici saranno disposti a disallinearsi dall’eterno alleato americano, fratello minore divenuto da tempo assai maggiore).

Di recente Ferrajoli ha proposto di andare in piazza con l’Europa peggiore in nome dell’Europa migliore (nella manifestazione serrapiattista del 15 marzo). Verrebbe da dire: continuiamo così, facciamoci del male! Inoltre ha prospettato l’idea surreale di una grande alleanza (anche con von der Leyen e Macron) contro il fascismo globale. Ma il nuovo fascismo è il mainstream. Che, ad esempio, annulla le elezioni ed esclude arbitrariamente candidati sgraditi (come in Romania, ma si capisce che la tendenza può estendersi). Del resto, la deriva postdemocratica, e ora apertamente antidemocratica, è in atto da tempo (la lettera Trichet-Draghi e il ricatto alla Grecia ne furono chiare avvisaglie). Il precipitato di quel “nuovo fascismo” che profeticamente aveva intuito Pasolini. Tanto per abbassare il livello, il “nuovo fascismo” di chi sforna (e osanna) piccoli “prodotti” di consumo seriale su Mussolini che esprimono perfettamente, con la loro mediocrità antistorica, nemica di ogni serio approfondimento critico, l’apocalisse culturale denunciata da PPP nella forma della “mutazione antropologica”.  Del resto, questa è oggi l’opera principale della comunicazione e dell’intrattenimento dell’establishment: ripetere all’infinito ai ceti medio-alti presuntamente riflessivi, in realtà affetti da irrimediabile “mezza cultura”, quello che si vogliono sentir dire. Per continuare a non capire nulla. E soprattutto, per carità, non farsi venire mai un dubbio, che possa eventualmente spingere a pensare (impresa disperata, in effetti). È il correlato postmoderno, neoliberale e pseudoprogressista, del “fascismo degli antifascisti” di cui scriveva sempre PPP: “esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. (…) Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede”. Del resto, come diceva Flaiano, “i fascisti si sono sempre divisi in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”.  

Ma, per concludere, torniamo alla cara UE, questa presunta “tappa esemplare del processo di unificazione del genere umano” (così sempre Ferrajoli).  Ora, la cosa grottesca è che decenni di spoliticizzazione, di predicazione post-sovrana e post-statuale, si risolvono in un’adesione fanatica a un simulacro del “politico”, ovvero al riarmo come feticcio, che dovrebbe portare a chissà quali esiti storici (l’Europa politica?) e garantire l’autodifesa europea (ma presumibilmente è appunto solo il tentativo disperato di un élite perdente e mediocrissima di rimanere a galla). Il risultato è un pastrocchio irrealistico e ingannevole, profondamente ingiusto (i soldi per le armi si, per gli ospedali no), peraltro in totale contrasto con tutto quello che il clero europeista ha sempre predicato retoricamente (siamo un presidio civile di pace). Se non fosse pericoloso, ci sarebbe da sbellicarsi. L’UE sta andando esattamente nella direzione opposta rispetto a ciò di cui ci sarebbe bisogno: cogliere l’opportunità per una tregua che, attraverso un compromesso, ponga le basi di una pace stabile e ci faccia uscire dall’incubo di una terza guerra mondiale. Quindi, se si cerca la pace e si rispetta la pluralità del mondo, mai alla manifestazione del 15 marzo. E se si auspica che in Europa, in particolare nel nucleo storico dei Paesi fondatori, risorga una politica di cooperazione tra Stati basata innanzitutto sul rispetto dei popoli europei, occorre rovesciare la logica dell’UE.

Fonte: https://www.lafionda.org/2025/03/13/psicopatologia-politica-dellunione-europea/

venerdì 7 gennaio 2022

La tassa sul celibato

Quando si pagava la tassa sul celibato - Collettivo Asessuale Carrodibuoi 

La tassa sul celibato fu in vigore in Italia durante il periodo fascista con il Regio Decreto del dicembre 1926.

I cittadini tassati non avevano commesso alcun reato ma venivano comunque puniti con una tassa sullo stato civile.

Dopotutto, il secolo scorso, quello definito breve, non è poi diverso da quello in corso.

Nel gennaio 2022 si tassa il corpo e la salute.

Si osserva che in questo secolo, l'oggetto di tassazione e vessazione è divenuto il corpo, come avveniva ben prima del periodo fascista, prima del Habeas Corpus che tutela l'inviolabilità personale dal 1679. Si tratta di un importante strumento per la salvaguardia della libertà individuale contro l'azione arbitraria dello Stato. Tale diritto già in parte sancito dalla Magna Charta Libertatum del 1215 è stato ribadito dall'Habeas Corpus Act del 1679.

L'Habeas Corpus ha influenzato la legislazione di tutti i paesi civili fino a divenire un principio fondamentale degli ordinamenti giuridici moderni, compresa la Costituzione della Repubblica Italiana

Si può osservare che la legiferazione per decreto, di questi giorni, sia un salto indietro a tempi che oggi potremo definire pre illuministi.

venerdì 1 maggio 2020

Quando e perché Mussolini abolì la Festa del 1° maggio

La scellerata decisione di Mussolini era la logica conseguenza della lotta fascista contro le corporazioni dei lavoratori e dei loro sacrosanti diritti


La proposta concreta che scaturì dal congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori – la Prima Internazionale – riunita a Ginevra nel settembre 1866, si rifece direttamente al grido che giungeva da quel continente lontano: “Otto ore come limite legale dell’attività lavorativa”. E, a testimonianza dell’internazionalità della lotta, la questione del limite orario divenne il cavallo di battaglia dei movimenti sindacali statunitensi: fu in quel Paese, capitalista per eccellenza e già notevolmente industrializzato, che si combatterono nell’Ottocento le battaglie più cruente e sanguinose.
Nell’ottobre del 1884 le organizzazioni sindacali indicarono nel 1° Maggio 1886 la data limite, a partire dalla quale gli operai americani si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore al giorno. Fu indetto uno sciopero generale a cui parteciparono quattrocentomila lavoratori; a Chicago ne sfilarono ottantamila, e la manifestazione venne repressa nel sangue. Ad essa seguirono giorni di violenti scontri in tutte le grandi metropoli americane, culminati il 4 maggio col massacro di Haymarket, dove 11 persone persero la vita. Ma la lotta contro il capitalismo selvaggio e senza regole continuava.
Adesso toccava all’Europa. Il 20 luglio 1889 a Parigi si tenne il congresso della Seconda Internazionale, che decise di organizzare una grande manifestazione in una data stabilita. La scelta cadde sul 1° maggio, per commemorare la carneficina di Haymarket: il ricordo dei “martiri di Chicago” divenne simbolo di lotta dei lavoratori di tutto il mondo.
Anche in Italia le organizzazioni sindacali intensificarono l’opera di sensibilizzazione sul significato del 1° maggio, mentre i governi, più o meno liberali o autoritari, misero a punto gli apparati repressivi. Malgrado la mancanza di un centro organizzativo, la riuscita delle manifestazioni del 1° maggio 1890 costituì un salto di qualità del movimento dei lavoratori, che per la prima volta diede vita ad una mobilitazione su scala nazionale, collegata all’iniziativa di carattere internazionale.
Visto il successo di quella che nelle intenzioni doveva essere una rappresentazione unica, si decise di replicarla l’anno successivo, ed essa divenne una tradizione consolidata, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si preparava con sempre maggiore consapevolezza. Aumentavano gli obiettivi, altre rivendicazioni politiche e sociali s’imponevano.
Il 1° maggio 1898 coincise con la fase più acuta dei “moti per il pane”, con il tragico epilogo di Milano, nei giorni dal 6 al 9 maggio, quando l’esercito di Bava Beccaris cannoneggiò la popolazione inerme, lasciando sul selciato 81 morti e 450 feriti.
Nei primi anni del Novecento la festa si caratterizzò anche per la rivendicazione del suffragio universale, poi per la protesta contro l’impresa libica, quindi contro la partecipazione dell’Italia alla guerra mondiale. Internazionalismo, pacifismo e diritti dei lavoratori si saldavano sempre più.
Finalmente, il 1° maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori poterono festeggiare il conseguimento dell’obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore di lavoro. Ma un formidabile nemico del popolo e dei lavoratori tesseva la sua tela omicida.
Nell’ottobre del 1922 Benito Mussolini diventò Presidente del Consiglio, e uno dei primi atti del suo governo cancellò con un colpo di spugna il 1° maggio e il suo significato, maturato in anni di sanguinosissime conquiste dei lavoratori: il 19 aprile del 1923, con un decreto-legge da lui proposto ed approvato dal Consiglio dei ministri, la festività venne abolita ed accorpata alla festa ufficiale del fascismo, che coincideva con il “Natale di Roma”, il 21 aprile, dallo stesso tiranno proclamata. Soltanto l’anno prima, il presidente del Consiglio Facta aveva riconosciuto il 1° maggio come giornata festiva.
La scellerata decisione di Mussolini era la logica conseguenza della lotta fascista contro le corporazioni dei lavoratori e dei loro sacrosanti diritti, che già prima della presa del potere si era concretizzata durante il cosiddetto biennio rosso, quando le squadracce in camicia nera si macchiarono di violenze inaudite contro le organizzazioni operaie socialiste e comuniste, con vergognose caccie all’uomo, omicidi e distruzioni, violenze tollerate e persino sostenute dagli organi dello stato liberale: una macchia indelebile nella storia di questo Paese.
All’atto formale il tiranno fece seguire atti sostanziali, con operazioni a tenaglia: la milizia fascista venne sguinzagliata per intimidire e aggredire operai e contadini, soffocare ogni manifestazione di protesta nelle fabbriche e nei campi, mentre le autorità di pubblica sicurezza si occuparono di stroncare ogni movimento teso a difendere i diritti dei lavoratori e a prevenire azioni collettive e individuali operanti in tal senso: retate, arresti preventivi, sequestri di materiale e chiusura di fogli e giornali divennero la tetra normalità. Festeggiare il 1° maggio divenne un reato duramente punito.
Ma il pugno di ferro del regime non conosceva limiti: nel biennio 1925-26 furono proclamate le cosiddette “leggi fascistissime”, che dichiararono fuorilegge le associazioni sindacali non irreggimentate, vietarono il diritto di sciopero e la serrata. L’anno seguente entrò in opera il famigerato Tribunale Speciale dello Stato, che comminò migliaia di pesantissime condanne: nel solo 1928, per aver celebrato il 1° maggio, sette operai di Trieste, cinque di Verona, tre di Torino e uno di Milano vennero condannati ad oltre 102 anni di carcere. Di fronte a tale spietata durezza, persino il ricordo del 1° maggio del 1921, definito dall’Avanti! “il più tragico, il più tempestoso, il più significativo tra quanti ne ha solennizzati la classe lavoratrice d’Italia”, impallidiva.
La volontà del regime di estirpare alla radice il significato più autentico del 1° maggio fu così tenace da sfociare nella psicosi e nella pura idiozia: negli anni Trenta in Romagna gli squadristi irrompevano nelle case in cerca di tortelli, serviti nei giorni di festa.
Bisognerà aspettare il crollo del regime e il 1945 perché gli effetti del decreto del 1923 cadessero, e quella ricorrenza tornasse a rappresentare la data simbolo della Festa del Lavoro, liberamente celebrata da milioni di lavoratori.
In occasione di questa gloriosa ricorrenza, non sarà quindi inutile ricordare che quella di un Mussolini schierato a fianco del popolo e dei lavoratori è una delle maggiori balle che ancora circolano su quel triste figuro. 
 
di Giuseppe Costigliola 30 aprile 2020 

martedì 14 novembre 2017

L'uovo del serpente

I recenti episodi di violenza in Italia e la manifestazione della destra in Polonia, fanno riflettere.



L'uovo del serpente è un film del 1977 diretto da Ingmar Bergman







Secondo questa recensione:
... Un film bellissimo, infernale e splendidamente realista. Il regista descrive uno scenario agghiacciante, un palcoscenico freddo e perfetto che sta alla base del movimento socio-politico che avrebbe cambiato faccia all'Europa novecentesca: il nazismo. Bergman descrive in che modo persone, uomini disperati e donne frustrate messi in ginocchio dal pesante squilibrio economico, si siano potuti fidare di una persona pazza e squilibrata come Hitler, in quel periodo e negli anni seguenti unico paracadute su un aereo in caduta libera. Sia chiaro però che per quanto "l'uovo", citato nel titolo del film, simboleggi la nascita del movimento nazista...

 Dal monologo finale:
... attraverso la sottile menbrana si riesce a discernere il rettile perfettamente formato...

Il film si conclude con questo monito:

l'uovo è stato nuovamente deposto
Ma questa volta non sappiamo esattamente 
cosa ci sia dietro la menbrana

 Qui e qui per saperne di più