Claire Hardaker, docente di linguistica
forense all'Università di Lancaster, ha sviluppato un test, "Bot
or Not", per valutare la capacità dei partecipanti di
distinguere tra i contenuti prodotti dall'intelligenza artificiale e
quelli di origine umana.
Mi sono sottoposta all'esperimento e ho
ottenuto un punteggio dell'80%, ma solo perché ho passato molto
tempo a studiare la struttura sintattica dei testi proposti (erano
recensioni di alberghi) e perché ho una sorta di deformazione
professionale avendo passato anni ad analizzare testi.
Un lettore
distratto o senza una particolare sensibilità linguistica
generalmente ottiene un punteggio molto inferiore.
Oltre ai test
proposti dalla Hardaker esistono giochi tipo "Human or Not"
in cui inizi una chat, e devi stabilire se chi ti risponde è un
essere umano o un'intelligenza artificiale. Ma anche qui diventa
sempre più difficile cogliere la distinzione visto che gli umani
scrivono sempre più come macchine e i bot cercano di passare per
umani: esitano, cambiano idea, usano parole che sembrano sincere, a
volte suonano addirittura ironiche.
La sensazione è quella di
trovarsi catapultati nel primo Blade Runner (director's cut). Deckard
è un umano, o è lui stesso un replicante? La risposta, come
sappiamo, non arriva mai ma possiamo intuirla.
Viviamo in
un'epoca in cui il confine tra umano e non-umano, naturale e
artificiale si è fatto sottile, e la cosa genera un'angoscia
esistenziale profonda. In questo stato di confusione ontologica non
sappiamo più a quale categoria appartenga ciò che incontriamo. Ma
attribuire a questa causa il nostro senso di inquietudine non è per
nulla scontato.
Quando viene meno il confine, ogni testo diventa
sospetto. Ma il sospetto riguarda anche noi stessi. Dopo ore passate
a leggere testi generati dall'IA finiamo per usare le stesse
strutture sintattiche, a volte persino quelle parole e quei cliches
che contraddistinguono la scrittura artificiale. Anche i nostri
pensieri sembrano preconfezionati.
Deckard, in Blade Runner, vive
esattamente questa confusione. Non sa se i suoi ricordi sono veri o
impiantati, se i suoi sentimenti per Rachael sono autentici o
programmati, se la sua caccia ai replicanti è giustizia o omicidio,
se lui stesso è un cacciatore o una preda, un umano o un replicante.
La sensazione netta è che forse l'umano che stiamo cercando di
riconoscere sia già diventato un fantasma, e che il bot, con la sua
imitazione perfetta, sia diventato più umano dell'umano stesso. Con
l'angoscia di scoprire che, come Deckard, forse siamo noi stessi il
replicante. O forse, peggio ancora, che la domanda non ha più senso
quando tutto intorno a noi è simulazione e dubbio.
Deckard, alla
fine, non cerca la verità. Raccoglie l'origami dell'unicorno e va
via. Non cerca prove.
Io ho passato molto tempo a cercare prove,
o meglio, ad andare a caccia di replicanti. La caccia credo sia nel
mio DNA siberiano. Ne ho identificati molti, spesso grazie ad un
lavoro di squadra.
Ma quando la maggior parte delle persone non
si pone neppure il problema se i profili social che segue ed
apprezza, e con cui interagisce, corrispondano ad una individuo
realmente esistente, mi chiedo se abbia un senso. Probabilmente
no.
La mia soluzione è abbastanza radicale. Interagisco con chi
ho potuto, o posso, toccare e annusare. Quando la distanza non lo
permette, mando un emissario.?
@LauraRuHK
Fonte; https://t.me/LauraRuHK/11474

